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25/02/2016, 19:08



La-Concessione-Edilizia-in-sanatoria-richiesta-al-Comune-20-anni-prima-dev’essere-rilasciata-senza-costi-aggiuntivi


 Se l’istanza di condono era accompagnata da tutta la documentazione prevista dalla legge all’epoca vigente, il Comune non può rifiutarsi - a distanza di tanti anni - di rilasciare la sanatoria e non può pretendere conguagli aggiuntivi.




Se l’istanza di condono era accompagnata da tutta la documentazione prevista dalla legge all’epoca vigente, il Comune non può rifiutarsi - a distanza di tanti anni - di rilasciare la sanatoria e non può pretendere conguagli aggiuntivi.


Nell’esercizio della professione mi capita spesso di ricevere dei clienti che si lamentano di aver presentato domanda per ottenere la concessione edilizia in sanatoria (oggi permesso di costruire in sanatoria) diversi decenni addietro, non avendo ricevuto, tuttavia, mai alcun riscontro da parte dell’amministrazione comunale.
In diversi casi, poi, l’amministrazione comunale richiedeva ai cittadini, ai fini del rilascio della concessione, il pagamento di oneri concessori ulteriori rispetto a quelli versati in sede di presentazione dell’istanza, nonché l’integrazione di diversi documenti imposti dalle leggi che nel frattempo si sono susseguite.

Un caso di cui mi sono occupato di recente riguardava un cittadino di un paese in provincia di Cagliari, il quale pur avendo presentato domanda di condono nel lontano marzo 1995 - ai sensi della Legge n. 724/1994 (c.d. "secondo condono edilizio") - nel 2015 non aveva ancora ottenuto la sanatoria e anzi, in seguito ad apposita richiesta del marzo 2015, gli era stato domandato il pagamento di circa 6.000 euro a titolo di conguaglio oblazione e di oneri concessori (che a detta dell’amministrazione erano stati calcolati in modo errato), nonché diversa documentazione integrativa e ulteriore rispetto a quella domandata e, di conseguenza, presentata nel 1995.
Tale richiesta dell’amministrazione comunale si appalesava del tutto infondata, atteso che il cittadino nel 1995 aveva presentato istanza di condono allegando tutta la documentazione a suo tempo richiesta dall’art. 39 della L. 724/1994 ovvero: a) dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà; b) copia dei versamenti delle somme di oblazione auto-liquidata; c) documentazione fotografica; d) progetto di adeguamento statico.
Per ragioni da ricercarsi all’interno dell’amministrazione comunale dell’ultimo ventennio, tuttavia, il procedimento iniziato con l’istanza di condono non era mai stato concluso con l’adozione di un provvedimento formale, sicché agli occhi del Comune risultava ancora pendente e non definito.

Con ricorso in autotutela, il sottoscritto ha richiesto al Comune:
  1. da un lato, il rilascio del permesso di costruire in sanatoria in quanto nella fattispecie in esame si era inesorabilmente formato il silenzio-assenso previsto dall’art. 35, co. 17, L. 724/1994, il quale - con estrema chiarezza - prescrive che: "Il pagamento dell’oblazione dovuta ai sensi della L. 28 febbraio 1985, n. 47 , dell’eventuale integrazione di cui al comma 6, degli oneri di concessione di cui al comma 9, nonché la documentazione di cui al presente comma e la denuncia in catasto nel termine di cui all’art. 52, secondo comma, della L. 28 febbraio 1985, n. 47 , come da ultimo prorogato dall’art. 9, comma 8, del D.L. 30 dicembre 1993, n. 557 , convertito, con modificazioni, dalla L. 26 febbraio 1994, n. 133, ed il decorso del termine di un anno e di due anni per i comuni con più di 500.000 abitanti dalla data di entrata in vigore della presente legge senza l’adozione di un provvedimento negativo del comune, equivale a concessione o ad autorizzazione edilizia in sanatoria;..." (in giurisprudenza, si veda TAR Sardegna, Cagliari, sez. II, 17 novembre 2010 , n. 2600; cfr. anche TAR Campania, Salerno, Sez. II, 17 aprile 2013, n. 914);
  2. dall’altro lato, l’annullamento della richiesta di pagamento delle somme a titolo di conguaglio oblazione e oneri concessori giacchè, nonostante il Comune avesse la possibilità di richiedere tali somme anche dopo il rilascio della sanatoria, nel caso in esame tutti gli importi chiesti erano da considerarsi incontestabilmente prescritti, essendo trascorsi oltre 20 anni dall’istanza di condono e dal pagamento delle somme auto-liquidate.

A tale ultimo riguardo, infatti, l’art. 35, co. 17, L. 47/1985, stabilisce un termine di prescrizione di 36 mesi entro cui l’amministrazione può ricalcolare l’oblazione e richiedere il conguaglio e il cui dies a quo deve rinvenirsi:
1) per certo orientamento, nel momento in cui l’istante presenta la domanda di condono allegando il versamento dell’oblazione auto-liquidata e tutta la documentazione necessaria per calcolare l’importo effettivo (v. Cons. di Stato, sent. n. 1364/2012);
2) per altro orientamento dal momento della formazione del silenzio-assenso (su tutte, Cons. di Stato, sent. n. 1188/2013). In entrambi i casi il termine prescrizionale risultava ampiamente decorso.

Per quanto concerne le somme a titolo di "oneri di urbanizzazione e quota incidenza costo di costruzione", il termine prescrizionale - per assodata giurisprudenza (v. tra le altre: TAR Sicilia-Catania, I sez., nn. 1633/2007, 1987/2007, 4363/2010, 557/2011 e 1118/2012; TAR Lazio-Latina n. 1043/2009 e 1249/2008) - è quello decennale e non quello di 36 mesi (valevole solo per il conguaglio o rimborso dell’oblazione), il cui dies a quo è fissato nel giorno di presentazione della domanda di sanatoria e della documentazione prescritta ovvero, per altra opinione, nel giorno di formazione del silenzio-assenso. Anche per tali oneri, tuttavia, il termine di prescrizione risultava ampiamente decorso.

Nel caso prospettato il Comune interessato ha aderito alle argomentazioni prospettate dal sottoscritto e ha accolto il ricorso in autotutela, ma in altri casi analoghi si è dovuto procedere per via giurisdizionale innanzi al TAR Sardegna, onde veder riconosciuti i diritti del cittadino.


Avv. Enrico Abis
06/02/2015, 12:28

finanziamento, auto, finanziaria, tribunale taranto sent. 5 febbraio 2015



Finanziamento-auto:-l’inadempimento-della-concessionaria-è-opponibile-anche-alla-finanziaria


 Il Tribunale di Taranto con Sent. del 05 febbraio 2015 n° 392 ha affermato che l’inadempimento del venditore nei confronti del consumatore si riversa anche sul finanziamento pur in assenza di un patto di esclusiva tra venditore e finanziaria.



   Il Tribunale di Taranto con la sentenza del 05 febbraio 2015 n° 392, richiamando la pronuncia della Corte di Giustizia Europea del 23 aprile 2009, ha affermato che laddove il venditore si renda gravemente inadempiente verso il consumatore, tale inadempienza si riversa sulla causa del finanziamento e ciò anche se manchi un patto di esclusiva tra venditore e finanziatore.


   Nel caso concreto, il consumatore aveva acquistato un motociclo usato presso un rivenditore autorizzato, pagando il corrispettivo nel seguente modo: in parte dando in permuta il proprio motociclo e in parte tramite finanziamento concesso dalla società finanziaria convenzionata con il venditore. Tuttavia, qualche tempo dopo la stipula del contratto e nonostante il versamento delle prime rate, il consumatore prendeva atto che il venditore non aveva ancora consegnato il bene, sicché decideva di rivolgersi al giudice onde risolvere il contratto di vendita e il collegato contratto di finanziamento per grave inadempimento del venditore.

    La società finanziaria, però, resisteva in giudizio asserendo che le vicende riguardanti il contratto di vendita non erano a lei opponibili, cosicché il consumatore avrebbe dovuto, in ogni caso, continuare a pagare le rate e gli interessi fino all’estinzione del rapporto. La posizione della finanziaria faceva leva sull’art. 42 della L. n. 206/2005 (Codice del consumo), nella vecchia ricostruzione, il quale prevedeva come condizione necessaria, affinchè l’acquirente potesse agire anche nei confronti del finanziatore, il ricorrere di un accordo di esclusività per la concessione del credito, tra il finanziatore stesso e i clienti del venditore.

    Disattendendo tale ultima impostazione, il Tribunale di Taranto, alla luce di quanto affermato dalla Corte di Giustizia Europea, ha statuito che  l’esistenza di un accordo di esclusiva tra il finanziatore ed il venditore, non è un presupposto necessario per procedere anche contro il creditore-finanziatore in caso di inadempimento delle obbligazioni del venditore.

    A detta del Tribunale, infatti, sebbene l’art. 42 sia stato riformato e non fosse applicabile al caso in esame in quanto verificatosi prima, esistono nel nostro ordinamento norme e principi che apprestano maggior tutela al consumatore, sicché il grave inadempimento del venditore ex art. 1455 c.c. non può che riverberarsi anche sul contratto di finanziamento. Ne consegue che, laddove venga meno la consegna del bene, il compratore potrà, anche nei confronti della finanziaria, proporre l’eccezione di inadempimento (art. 1460 c.c.) o agire in risoluzione chiedendo la restituzione dei corrispettivi già versati.
 
Avv. Enrico Abis
03/10/2014, 15:03



Debiti-con-la-banca:-quando-non-si-deve-pagare


 Scoperto di conto corrente e opposizione alle ingiunzioni: se la Banca chiede il pagamento del saldo di un conto corrente, l’opposizione impone che l’istituto produca tutti gli estratti conto fin dall’inizio del rapporto e dimostri di averli inviati



  

 Se la banca chiede il pagamento del saldo di un c/c, l’eventuale opposizione in giudizio impone che l’istituto produca tutti gli estratti conto fin dall’inizio del rapporto e dimostri di averli inviati al correntista prima del processo. 


  Nel caso in cui la banca asserisca di vantare un credito nei confronti del correntista e ottenga un decreto ingiuntivo per recuperare le somme, è opportuno sapere che i debitori hanno la possibilità di fare opposizione, instaurando un vero e proprio giudizio e imponendo alla banca l’onere di provare l’intero rapporto. 


    La precisazione non è di poco conto, atteso che tale prova potrebbe non essere del tutto agevole. Infatti, l’istituto di credito, per ottenere la condanna del correntista al pagamento del saldo, deve: 


 1.    da un lato, allegare tutti gli estratti conto dall’inizio del rapporto con la dichiarazione di un suo dirigente, che certifichi la conformità dell’estratto conto alle scritture contabili della banca [1], e ciò anche se l’apertura del conto corrente è risalente nel tempo [2].

   Sicchè, viene respinta la tesi secondo cui la banca è obbligata a produrre solo gli estratti conto degli ultimi dieci anni, in forza del disposto dell’art. 119, co. 4, T.U.B, che dà diritto al cliente di richiedere e ottenere "copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni". Infatti, la ratio di tale ultima disposizione affonda le radici nell’obbligo di buona fede e correttezza che le parti sono tenute a rispettare durante tutte le fasi del rapporto contrattuale. Si tratta, quindi, di una norma avente natura squisitamente sostanziale, da cui non è consentito trarre regole processuali in tema di limitazione dell’onere della prova.

  Pertanto, o la banca produce in giudizio gli estratti conto sin dall’inizio del rapporto, in modo da poter consentire al giudice di ricostruire con certezza ed attendibilità i movimenti in entrata ed uscita del conto corrente, oppure vedrà rigettarsi le proprie richieste di pagamento per difetto di prova. 


2.    dall’altro lato, dimostrare di aver comunicato preventivamente al giudizio ognuno degli estratti conto alla scadenza concordate con il cliente (normalmente annuale, ma anche semestrali, trimestrale....) in modo da permettere a quest’ultimo di effettuare le contestazioni entro i 60 giorni previsti dalla legge[3]. 

   Al riguardo, dovrebbe ritenersi insufficiente una comunicazione mediante lettera semplice, prassi seguita spessissimo dagli Istituti di Credito, in quanto solo la sottoscrizione per ricevuta sull’estratto conto, la lettera raccomandata o, eventualmente,  anche la P.E.C. può costituire adeguata garanzia del ricevimento della comunicazione da parte del correntista. 

   Se ciò non avviene, un recentissimo arresto della Cassazione[4]  ritiene insussistente la prova di tutti gli elementi costitutivi del credito, con la conseguenza che, anche in questo caso, la banca soccomberà in giudizio per non aver assolto il proprio onere probatorio. 

   La decisione sembrerebbe apportare ulteriori tutele ai correntisti in caso di violazione dell’obbligo di comunicazione degli estratti conti da parte della Banca. Infatti, in tali evenienze il correntista potrebbe risultare privo di strumenti processuali per contestare un addebito effettuato molti anni addietro, giacché potrebbe non aver conservato la documentazione e/o i ricordi necessari a far valere le proprie ragioni. 


  Riassumendo, quindi, mentre il decreto ingiuntivo può essere emesso sulla base di una documentazione relativamente scarna, quali l’estratto di saldaconto o il più attuale ed analitico estratto di conto corrente [5], il processo instaurato con l’opposizione deve necessariamente seguire gli ordinari principi in tema di onere della prova, giacché in tale sede non si riscontrano quelle esigenze di celerità e speditezza tipiche del procedimento monitorio e tali da giustificare le sue eccezionali regole probatorie. 


   Ciò è giustificato dal fatto che il correntista che si oppone al decreto non assume le vesti di attore sostanziale ma rimane di fatto un convenuto [6], con la conseguenza che è la banca opposta, ai sensi dell’art. 2697 c.c., che deve provare i fatti costitutivi del credito vantato, mentre l’opponente ha soltanto l’onere di contestare specificamente - o anche solo genericamente, laddove il decreto ingiuntivo si fondi sul mero estratto di saldaconto - le pretese della banca (art. 115 c.p.c.).


Avv. Enrico Abis



[1] Art. 50 T.U.B.
[2] ex multis, Cass. sent. n. 21466/13 del 20.09.2013; Cass. ord. n. 14887/14 del 10 luglio 2014.
[3] Tale obbligo di comunicazione preventiva è imposta dall’art. 119 T.U.B.
[4] Cass., Ord. n. 14887/2014
[5] I quali, secondo il pacifico orientamento giurisprudenziale, ben soddisfano i requisiti di prova scritta ex art. 633 e ss. c.p.c.
[6] Cass., Sez. VI, 11 marzo 2011, n. 5915; Cass., Sez. III, 3 marzo 2009, n. 5071; 17 novembre 2003, n. 17371.


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