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11/07/2016, 19:24



La-mancata-impugnazione-dell’intimazione-ad-adempiere-rende-inoppugnabile-anche-la-cartella-mai-notificata-o-illegittima.


 L’intimazione di pagamento (ex avviso di mora) deve essere impugnata nel termine generale di 60 gg altrimenti vengono sanati tutti i vizi e il credito del Fisco si cristallizza




L’intimazione ad adempiere (ex avviso di mora) deve essere impugnata nel termine generale di 60 gg altrimenti vengono sanati tutti i vizi e il credito del Fisco si cristallizza.


Capita di frequente che i cittadini si presentino innanzi agli avvocati, ovvero presso le Associazioni dei Consumatori presenti nel territorio nazionale, solamente dopo aver ricevuto in notifica un atto di esecuzione (pignoramento sui beni) o, comunque, un atto prodromico all’esecuzione (quali, ad es., le misure cautelari del fermo amministrativo dell’auto e le iscrizioni ipotecarie sugli immobili), ignorando che tali atti rappresentano il momento conclusivo di un procedimento di accertamento e riscossione iniziato ben prima.

Infatti, prima di procedere ad esecutare il patrimonio del contribuente-inadempiente, l’Ente Creditore dovrà formare un ruolo - basandosi sulla dichiarazione (ad es. nel caso dei controlli automatici di liquidazione e formali ex art. 36-bis e 36-ter del DPR. 600/1973) o su un atto di accertamento vero e proprio (ad es. nel caso di errata determinazione della base imponibile) - che trasmetterà poi all’Agente della Riscossione Equitalia [1]: il ruolo certifica che un contribuente è debitore del fisco relativamente ad un determinato tributo e tale credito è considerato liquido, certo ed esigibile.

L’agente della Riscossione, una volta ricevuto tale ruolo, formerà le cartelle di pagamento (o gli avvisi di pagamento) e le notificherà ai contribuenti, i quali possono impugnare la cartella e il ruolo in essa indicata entro i 60 giorni successivi al perfezionamento della notifica (art. 21, co. 1, D. lgs. n. 546/1992). 
Va subito evidenziato che tale termine è previsto a pena di decadenza, sicché gli eventuali vizi della cartella non possono essere fatti valere decorsi i 60 giorni. Solamente laddove manchi del tutto la notificazione della cartella è consentito far valere il vizio di omessa notifica impugnando l’atto impo-esattivo successivo (art. 19, co. 3, D. lgs. n. 546/1992). Cosi, ad es., se non viene notificato l’atto di accertamento, i vizi di quest’ultimo (ossia la contestazione della pretesa tributaria) potranno essere eccepiti con l’impugnazione della successiva cartella di pagamento.

In ogni caso, se dalla notifica della cartella di pagamento trascorre più di un anno, Equitalia è obbligata a notificare al contribuente un ulteriore intimazione di pagamento (il c.d. ex avviso di mora), pena la nullità dei successivi atti di esecuzione (pignoramento, misure cautelari etc.), come disposto dall’art. 50, co. 2, del D.P.R. n. 602/1973.
L’intimazione di pagamento deve essere impugnata nel termine generale di 60 gg, altrimenti al contribuente è precluso eccepirne l’invalidità in sede di esecuzione, ma soprattutto non potrà eccepire l’eventuale omessa notifica dell’atto precedente, ossia la cartella di pagamento[2]!!

Tale conclusione è resa possibile dal fatto che nell’ordinamento tributario non è stata (ancora) accolta la tesi, prospettata da più voci in dottrina, che distingue tra i vizi di invalidità insanabile (o assoluta) - i quali dovrebbero essere slegati da qualsivoglia termine - e i vizi di invalidità sanabile (o relativa) - che, invece, possono essere fatti valere esclusivamente entro il termine generale di 60 giorni.
Infatti, nel diritto tributario manca un’azione di nullità così come strutturata nell’ordinamento civile (la quale può essere fatta valere in qualsiasi momento) e, allo stesso tempo, non si distingue tra invalidità radicale (assoluta e insanabile) e annullabilità come invece avviene nell’ambito del diritto amministrativo (si vedano gli art. 21-septies e 21-octies della L. n. 241/1990).
E’ evidente che, sulla scorta del succitato art. 21-septies, la mancanza assoluta di notifica è da considerarsi un vizio gravissimo, che per alcuni sarebbe da ricondurre addirittura nella categoria dell’inesistenza giuridica. Tuttavia, per il legislatore tributario, la gravità del vizio non consente di eludere il termine generale dei 60 giorni, sicché il contribuente in sede di esecuzione (ad es. un pignoramento) non può far valere l’omessa notifica della cartella di pagamento se non ha impugnato il successivo atto rappresentato proprio dall’intimazione di pagamento.

In tal caso, come spesso motivano le Commissioni Tributarie, la pretesa del fisco si "cristallizza" e le eccezioni non sollevate a suo tempo ed entro il termine di 60 gg si considerano come "rinunciate" senza possibilità di revoca.

Avv. Enrico Abis


[1] Equitalia, ad oggi, è l’unico Agente incaricato di riscuotere mediante Ruolo. Ma la riscossione, si pensi ai tributi locali o ai canoni idrici, può avvenire anche mediante soggetti diversi, quali gli stessi comuni o altre società con particolari requisiti, che procederanno alla riscossione con lo strumento dell’ingiunzione fiscale ex R.D. n. 639/1910.
[2] Non mancano, tuttavia, voci discordanti in dottrina e giurisprudenza (si veda la recente Cass. 11 febbraio 2015, n. 2616, che tuttavia fa riferimento alla mancata impugnazione delle cc.dd. comunicazioni di irregolarità in seguito a controlli automatici e formali ex art. 36bis e 36ter del DPR 600/1973). Siffatto filone interpretativo, muove da alcune considerazioni: a) che l’elenco degli atti impugnabili ex art. 19 del d.lgs. 546/1992 non è tassativo; b) che l’intimazione di pagamento non è espressamente previsto tra gli atti impugnabili di cui al medesimo art. 19, che parla espressamente solo di avviso di mora, sicché il contribuente avrebbe la facoltà e non l’onere di impugnare atti non indicati testualmente.

25/05/2016, 19:09



Il-provvedimento-del-giudice-nella-liquidazione-di-eredità-non-è-titolo-esecutivo!


 Il Tribunale di Cagliari, con decreto del 9 marzo 2016, ha ritenuto che l’ordine di liberare gli immobili del defunto non può fondare un’azione esecutiva di sloggio, in quanto tale ordine non rientra nel novero dei titoli esecutivi ex art. 474 c.p.c.



Il provvedimento del giudice nell’ambito della liquidazione delle eredità beneficiate non costituisce valido titolo esecutivo per ottenere la liberazione forzata dell’immobile!


Si segnala un’interessante pronuncia del  Tribunale di Cagliari (Giudice Dott. E. Luchi - Decreto del 9 marzo 2016), con cui si è ritenuto che l’ordine impartito agli eredi di liberare gli immobili del de cuius, emanato in sede di liquidazione dell’eredità beneficiata, non può legittimamente fondare un’azione esecutiva di sloggio avente ad oggetto i beni medesimi. Tale ordine, infatti, non rientrerebbe nel novero dei titoli esecutivi di cui all’art. 474 del c.p.c.

Si tratta, in realtà, di un provvedimento adottato in sede cautelare, per cui è ancora del tutto incerto se verrà confermato in sede principale. Fatto sta che la decisione va a collocarsi in un degli aspetti più controversi della materia, se non altro perché una parte della dottrina specialistica ritiene che i provvedimenti assunti nell’ambito delle operazioni di liquidazione dell’eredità beneficiata facciano sorgere un’obbligazione di consegna che legittimerebbe il curatore ad agire in exescutivis ex art. 2930 c.c. e 605 c.p.c. (si veda DI MARZIO, L’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario, in Diritto privato oggi, a cura di Paolo Cendom ed. Giuffrè Milano, pag. 598 e FERRI, Disposizioni generali sulle successioni, in Commentario al Codice civile a cura di Scialoja e Branca ex Zaninchelli - Bologna, p. g. 396).

Tuttavia, a parere di chi scrive, appare insuperabile l’argomento che si fonda sulla tassatività dei titoli esecutivi, i quali costituirebbero un numerus clausus non suscettibile di interpretazione estensiva analogica.

Avv. Enrico Abis
23/05/2016, 12:23



Legge-di-Stabilità-2016:-nuovi-termini-di-accertamento-IRPEF-e-IVA.


 Con la Legge di Stabilità 2016 sono stati allungati i termini entro cui l’amministrazione finanziaria potrà notificare gli accertamenti ai contribuenti.




​Con la Legge di Stabilità 2016 sono stati allungati i termini entro cui l’amministrazione finanziaria potrà notificare gli accertamenti ai contribuenti, attese le modifiche apportate all’art. 43 del D.P.R. n. 600/1973 (Testo Unico in materia di accertamento delle imposte sui redditi, applicabile anche all’IRAP), nonché all’art. 57 del D.P.R. n. 633/1972 (Legge IVA), operative dal 1° gennaio 2016 e quindi valide per le dichiarazioni 2017.



      IRPEF e IRAP.

     Le nuove disposizioni autorizzano il Fisco a notificare gli atti di accertamento in rettifica entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi, mentre la precedente disciplina fissava il termine al 31 dicembre del quarto anno successivo. Ad esempio, l’Agenzia delle Entrate potrà inviare un accertamento sul 730/2017 o l’Unico PF 2017, relative all’anno d’imposta 2016, entro il 31 dicembre di cinque anni dopo, quindi entro il 31/12/2022 (e non più entro 31/12/2021).


    Anche l’ipotesi in cui manchi del tutto la dichiarazione subisce una modifica normativa, atteso che viene allungato il termine fino al 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata, e non più fino al 31 dicembre del quinto anno successivo.


   Un’altra novità che merita di essere accennata riguarda il raddoppio dei termini nei casi di commissione di un reato tributario ai sensi del d.lgs. 74 del 2000: invero, il comma 132 della Legge di Stabilità per il 2016 (L. n. 208/2015) ha abolito per il futuro il sistema del raddoppio dei termini per l’accertamento e ha stabilito che, "per i periodi d’imposta precedenti" a quello in corso al 31.12.2016, "....in caso di violazione che comporta obbligo di denuncia ai sensi dell’articolo 331 del codice di procedura penale per alcuno dei reati previsti dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, i termini di cui al periodo precedente sono raddoppiati relativamente al periodo d’imposta in cui è stata commessa la violazione; il raddoppio non opera qualora la denuncia da parte dell’Amministrazione finanziaria, in cui è ricompresa la Guardia di finanza, sia presentata o trasmessa oltre la scadenza ordinaria dei termini di cui al primo periodo". Ciò significa che per i periodi di imposta precedenti al 2016 si è inteso comunque conservare l’istituto del raddoppio del termine, tuttavia subordinandolo al presentazione della denuncia da parte dell’Amministrazione Finanziaria entro i termini previsti per l’accertamento (cioè entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, ovvero entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata).
    Ad es. per un reato tributario commesso nel 2010, l’accertamento dell’imposta evasa oggi risulterebbe ancora possibile, stante la sussistenza dell’istituto del raddoppio dei termini, solamente se entro il 31 dicembre 2014 (accertamento in rettifica) ovvero entro il 31 dicembre 2015 (accertamento d’ufficio) sia stata trasmessa la denuncia all’autorità inquirente. Pertanto, un’eventuale denuncia trasmessa in data odierna non consentirebbe al Fisco di usufruire di termini doppi per addivenire all’accertamento e ciò nonostante la sussistenza effettiva del reato.

 

     IVA.

     La nuova disciplina consente al Fisco di notificare gli atti di accertamento in rettifica entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, mentre la precedente disciplina fissava il termine al 31 dicembre del quarto anno successivo.

   In caso di omessa presentazione della dichiarazione, l’accertamento è possibile fino al 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata, e non più fino al 31 dicembre del quinto anno successivo
 
         Avv. Enrico Abis


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