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16/12/2016, 18:31



Strisce-Blu:-quando-la-"multa"-è-illegittima!


 In diversi casi i verbali delle Autorità di polizia e le penali delle imprese concessionarie sono illegittimi: ecco quando e come fare per contestarle.




In diversi casi i verbali della Polizia Locale e le penali delle imprese concessionarie sono illegittimi: ecco quando e come fare per contestarle.


La questione in esame rappresenta un vero e proprio flagello per gli automobilisti, ormai terrorizzati quando si tratta di usufruire delle aree di parcheggio contrassegnate dalle strisce blu. Infatti, accade spesso che, pur con tutte le buone intenzioni, ci si dimentica di aggiornare il "ticket" lasciando l’auto in sosta oltre il tempo per cui si è pagato: in questi casi, non è raro ritrovare sul parabrezza il verbale della Polizia Locale e, nei casi in cui le aree sono state date in gestione a imprese concessionarie (Apcoa, Parkar, etc.), la contestazione della penale contrattuale.

   In primis, occorre sgomberare il campo da equivoci e informare gli utenti di quello che è l’orientamento prevalente della Cassazione[1]: l’esposizione del "ticket" scaduto configura non solamente illecito contrattuale, sanzionabile dalle imprese concessionarie (Apcoa, Parkar, etc.), ma altresì riveste natura di illecito amministrativo per violazione di norme del codice della strada e, come tale, sanzionabile dalle Autorità di Polizia.   

  Pertanto, va fatta molta attenzione nel presentare ricorsi avverso le sanzioni "duplici", poiché, se è vero che i Giudici di Pace[2] e qualche Tribunale[3] ritengono insussistente l’illecito amministrativo e quindi nulli i verbali della Polizia Locale, il Supremo Consesso è di tutt’altro avviso, con la conseguenza che l’automobilista potrebbe ritrovarsi vittorioso in primo e secondo grado, ma alla fine soccombente laddove il Comune decidesse di portare la controversia fino in Cassazione.  

    Detto ciò, vi sono indubbiamente ipotesi in cui sia i verbali della Polizia sia le penali dei concessionari privati devono considerarsi viziati e quindi impugnabili dinanzi all’autorità giudiziaria. Ecco i casi

  1. Verbale di Polizia Locale che menziona l’art. 157, co. 6-8, anziché l’art. 7, co. 15, del Codice della Strada[4]. In tal caso, sarebbe nulla la multa per aver sostato nelle strisce blu oltre l’orario indicato nel "ticket", atteso che l’art. 157, co. 6-8, riguarda esclusivamente la mancata attivazione del parcometro (c.d. disco orario), mentre il prolungamento della sosta senza il ticket è fattispecie ricollegabile all’art. 7, co. 15, C.d.S.

  2. Penale del concessionario dall’importo sproporzionato. Essendo il contratto di parcheggio un rapporto che riguarda l’erogazione di un servizio in forma imprenditoriale a degli automobilisti, ben può essere inquadrato nell’ambito di un rapporto contrattuale tra imprenditore e consumatore. Fatto questo assunto, è corollario imprescindibile che le clausole penali debbano essere accompagnate da alcuni accorgimenti al fine di non essere qualificate come vessatorie. L’art. 33, comma 2, lett. f) del codice di consumo, conformemente al principio già indicato nel più generale art. 1341 c.c., stabilisce che si presume vessatoria, fino a prova contraria, la clausola che abbia per oggetto o per l’effetto di imporre al consumatore, in caso di inadempimento o di ritardo nell’adempimento, il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento d’importo manifestamente eccessivo. Il codice di consumo non indica quale sia il termine di confronto per determinare quando l’importo della penale sia manifestamente eccessivo, sicché lascia spazio ad una valutazione discrezionale del giudice. A tal riguardo, la giurisprudenza[5] ha affermato che la clausola penale è abusiva qualora abbia ad oggetto, o comunque per effetto, quello di imporre al consumatore il pagamento di una somma di denaro di 30 volte superiore alla tariffa base.

  3. Colonnina priva del dispositivo per i pagamenti elettronici. Al fine di incentivare i pagamenti elettronici il comma 901 della Legge di Stabilità 2016 prevede che"dal 1° luglio 2016, le disposizioni di cui al comma 4 dell’art. 15 del d.l. n. 179/2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 221/2012, si applicano anche ai dispositivi di cui alla lettera f) del comma 1 dell’articolo 7 del codice della strada". L’obbligo di "accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito e carte di credito" è stato esteso dunque anche ai dispositivi di controllo di durata della sosta. 
    Ciò premesso, come si deve comportare l’automobilista se, all’atto di pagare la sosta, si trova davanti a un dispositivo "non adeguato" e che non consente, quindi, il pagamento elettronico? Non sussistendo ancora delle pronunce in merito, occorre dar atto di quelle che sono le possibili soluzioni elaborate dagli interpreti:
    a) secondo alcuni, in mancanza di POS, la sosta dovrebbe essere considerata gratuita, con dispensa dell’obbligo di pagare il corrispettivo e senza il rischio di incorrere in sanzioni. Tuttavia può accadere che l’ausiliario addetto al controllo, non sia a conoscenza della norma e, ravvisata la mancanza del titolo, applichi ugualmente la sanzione. In tal caso, il cittadino potrà ricorrere al giudice per l’annullamento della sanzione stessa, fatta salva la possibilità per il Comune di provare l’oggettiva impossibilità tecnica all’adeguamento dei dispositivi.
    b) sulla base della seconda interpretazione (condivisa dall’Aipark, Associazione Italiana tra gli Operatori nel settore della Sosta e dei Parcheggi) il cittadino, anche nelle ipotesi in cui manchi il POS, sarebbe comunque tenuto al pagamento della sosta nelle aree delimitate dalle strisce blu, in quanto obbligo sancito dal Codice della Strada, fatta salva la possibilità di segnalare il mancato adeguamento dei parchimetri al Prefetto e al Ministero delle Infrastrutture.
    A far data dall’entrata in vigore della suddetta legge, quindi, i Comuni (ma anche i privati gestori di aree di parcheggio) sono tenuti all’adeguamento dei dispositivi, i quali dovranno necessariamente consentire all’automobilista il pagamento della sosta mediante l’utilizzo di carta di credito o bancomat. Unica eccezione nel caso in cui l’adeguamento dei cc.dd. parchimetri non sia realizzabile a causa di "oggettiva impossibilità tecnica". Non è quindi sufficiente l’allegazione di una mera difficoltà economica da parte dell’ente perché questo possa essere considerato esente da tale obbligo.
     
  4. Mancanza di parcheggi gratuiti nelle aree vicine. La circolare  n. 1712 del 30/12/2012 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, oltreché l’articolo 7 comma 8 del Codice della Strada prevedono l’obbligo per il Comune, gestore delle aree di parcheggio, di riservare un’area alla sosta gratuita nelle vicinanze di quella a pagamento. La mancanza di parcheggi cc.dd. "bianchi", ovvero gratuiti, esonera quindi l’automobilista dall’obbligo di pagamento della sosta. Lo stesso, infatti, se multato, potrà impugnare il verbale di contestazione adducendo l’inadempimento da parte del Comune dell’obbligo di cui all’art. 7, comma 8 del Codice della Strada. Sarà, a questo punto, onere dell’amministrazione provare l’esistenza delle delibere da essa emesse, che prevedevano l’istituzione di spazi adibiti a parcheggio gratuito ovvero quelle che esoneravano la stessa, in forza delle caratteristiche dell’area, da tale obbligo [6].

Avv. Enrico Abis
Avv. Michela Giambalvo


[1]  Cass. n. 16258 del 3 agosto 2016; Cass., Sezione II civile, 4 ottobre 2011, n. 20308
[2]  Giudice di Pace di Lecce, sent. 4285/2007
[3]  Trib. Treviso, sent. n. 1069/2016 del 21.04.2016
[4] Tribunale di Verona, sent. 298/2015
[5]  Tribunale di Roma, sentenza del 28 giugno 2003.
[6]  Cass. Civile, sez. VI, ordinanza 3 settembre 2014, n. n. 18575

24/10/2016, 20:20



Blocco-Rivalutazione-delle-Pensioni:-quello-che-c’è-da-sapere-per-chiedere-il-rimborso.


 Dopo la sent. della Corte Cost. n. 70/2015, in molti si stanno muovendo per chiedere il rimborso. Ma attenzione al problema della decadenza e della prescrizione, nonchè al D.L. 65/2015 che ha ridotto drasticamente gli importi da chiedere in rimborso.




Dopo la sentenza della Corte Cost. n. 70/2015, in molti si stanno muovendo per chiedere il rimborso. Ma attenzione al problema della decadenza e della prescrizione, nonchè al D.L. 65/2015 che ha ridotto drasticamente gli importi da chiedere in rimborso.


Ancora vivo è il ricordo di uno degli interventi più contestati della Riforma Fornero, ovvero la norma che stabiliva, per il biennio 2012/2013, il blocco della rivalutazione delle pensioni superiori a € 1.405,05 lordi (pari a circa € 1.129,27 netti)[1]. Tale provvedimento aveva di fatto decurtato a titolo definitivo le pensioni di una percentuale non di poco conto, se si considera che ogni pensionato sarebbe stato privato per sempre di una percentuale prossima al 5% del proprio trattamento pensionistico.

Nonostante l’espediente del blocco delle pensioni non fosse certo una novità per il legislatore[2], in questa occasione sono state toccate anche le pensioni basse e non solo quelle elevate come invece è avvenuto in passato. 
Proprio per questo motivo, con la sentenza n. 70 del 30 aprile 2015, la Corte Costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittima la norma in esame, atteso che introdurrebbe un’irragionevole compressione delle erogazioni previdenziali medio-basse discostandosi dalla funzione propria dell’istituto del blocco alle rivalutazioni, che è quello di imporre alle pensioni alte un sacrificio per mantenere in equilibrio il sistema nelle situazioni di contingenza economica sfavorevole, anche nell’ottica solidaristica di cui all’art. 2 Cost.

Tuttavia, immediatamente dopo la sentenza di illegittimità della Consulta, il Governo è nuovamente intervenuto con il D. L. n. 65/2015, con cui ha drasticamente ridotto l’importo che i pensionati possono chiedere in rimborso e, in certi casi, l’ha addirittura escluso del tutto. In ordine a tale nuovo provvedimento molti sono i dubbi di costituzionalità, tant’è che i Tribunali di merito stanno nuovamente deferendo alla Corte la questione[3] e, a tutt’oggi, siamo ancora in attesa di una pronuncia che sancisca o meno l’incostituzionalità anche del D. L. n. 65/2015.


Chi può chiedere rimborso?


Tutti i pensionati che nel biennio 2012/2013 hanno percepito una pensione superiore complessivamente a € 1.405,05 lordi (pari a circa € 1.129,27 netti). Per "pensione" si intende il cumulo delle varie prestazioni previdenziali erogate dall’INPS, comprese quella complementare e di reversibilità. Occorre tuttavia che i crediti non siano stati interessati da prescrizione e decadenza (v. oltre).


Cosa si può chiedere in rimborso?


Si possono domandare sia gli arretrati dal 1° gennaio 2012, oltre interessi e rivalutazione monetaria, sia l’ aumento mensile per il futuro. Va comunque ribadito che le somme da chiedere in rimborso variano a seconda che rimanga in vigore il D.L. n. 65 del 2015 o venga, come da noi prospettato, dichiarato incostituzionale.


Come muoversi per ottenere il rimborso?


Innanzitutto, è d’obbligo procedere a interrompere la prescrizione di 5 anni mediante l’inoltro di una comunicazione scritta all’Ente erogatore INPS. 
Peraltro, in tale ambito vige altresì un termine di decadenza di 3 anni previsto dall’art. 47 del D.P.R. 30.04.1970 n. 639[4], il quale non può essere interrotto con la comunicazione scritta di rimborso e può essere evitato solo proponendo un’azione giudiziale. Va comunque dato conto anche dell’opinione che tende ad escludere l’applicazione di qualsivoglia termine di decadenza in questa fattispecie (si veda Cass. n. 209/2000; Corte d’Appello di Roma - Sez. Lav. del 28 Marzo 2007).
I termini di prescrizione e decadenza iniziano a decorrere dalla scadenza di ciascun rateo pensionistico per il quale non sia stata riconosciuta la perequazione[5]: il tutto a partire dal mese di gennaio del 2012 e così via per ogni mese successivo. 
Ciò significa che, ad oggi, coloro i quali non abbiano presentato ancora ricorso in via giudiziale, andrebbero incontro alla decadenza dei loro crediti e potrebbero chiedere in rimborso solo la perequazione rateale riferibile ai mesi di novembre e dicembre 2013, atteso che per questi mesi la decadenza triennale maturerebbe rispettivamente nel  novembre e nel dicembre 2016. 
La necessità di prestare attenzione ai termini di prescrizione e decadenza è giustificata dal fatto che le Sentenze della Consulta esplicano la loro efficacia soltanto sui rapporti "ancora pendenti", ma non si applicano ai rapporti ormai esauriti (quali quelli interessati da prescrizione e decadenza), scelta questa ispirata a esigenze di certezza del diritto e dei rapporti giuridici. 
Va però evidenziato che il sopracitato art. 47 del D.P.R. 639/1970, cosi come modificato nel 2011, ha espressamente stabilito come
  "Le decadenze previste dai commi che precedono [TRE ANNI] si applicano anche alle azioni giudiziarie aventi ad oggetto l’adempimento di prestazioni riconosciute solo in parte o il pagamento di accessori del credito. In tal caso il termine di decadenza decorre dal riconoscimento parziale della prestazione ovvero dal pagamento della sorte"

Ne consegue che, nei casi in cui l’INPS abbia già riconosciuto il proprio debito o rimborsato in parte il pensionato, è dalla data di tale riconoscimento o dell’avvenuto rimborso parziale che decorrono in termini anzidetti, i quali possono ben essere ancora pendenti. 

In ogni caso, l’eventuale ricorso giurisdizionale deve essere presentato: 
  1. alla Corte dei Conti, per quanto riguarda pensionati provenienti dal pubblico impiego. C’è da precisare che i ricorsi sono sempre rivolti verso l’INPS, atteso che questo in passato ha incorporato l’INPDAP. 
  2. al Tribunale Civile - Sezione Lavoro, per quanto riguarda i pensionati ex lavoratori privati. Il Tribunale competente è quello nel cui circondario è ricompresa la sede INPS di residenza del pensionato. 

E’ opportuno corredare il ricorso dei seguenti documenti: 
  • Cedolino agosto 2015, il quale riporta la voce "applicazione sentenza 70/2015" solo per gli importi tra 1.450,00 e 3.000,00 lordi, attesa l’emanazione del D.L. n. 65/2015. Tuttavia, come sopra accennato, hanno diritto a ricorrere tutte le categorie e non solo quelle ridimensionate dall’ultimo intervento normativo che noi riteniamo incostituzionale;
  • modello RED personale e del coniuge riferito agli anni di imposta 2012, 2013, 2014, soltanto laddove il pensionato usufruisca di una prestazione assistenziale (ad es. pensione di invalidità, accompagnamento, etc.).

Avv. Enrico Abis 
Dott.ssa Claudia Canino (Movimento Difesa del Cittadino di Cagliari - Responsabile Sportello Medio-Campidano).


  1. Si veda l’art. 24, co. 25 del D.L. n. 201/2011.
  2. In passato ciò è accaduto nell’anno 1998, 2000 e 2008.
  3. Tra le altre: Tribunale di Genova 9 agosto 2016; Tribunale di Palermo 22 gennaio 2016; Tribunale di Brescia 8 febbraio 2016; Corte dei Conti dell’ Emilia Romagna 23 febbraio 2016;  Corte dei Conti delle Marche 26 aprile 2016; Tribunale di Milano 30 aprile 2016.
  4. Introdotto dall’art. 38 del D.L. 6 luglio 2011, n. 98.
  5. Si veda Cass. n. 3437/99.

03/08/2016, 22:14



Pensione-di-invalidità:-natura-e-limiti-di-pignorabilità


 Una breve guida alla conoscenza dell’istituto: cosa sono le pensioni di invalidità? Si possono cumulare? Possono essere pignorate?




  Una breve guida alla conoscenza dell’istituto: cosa sono le pensioni di invalidità e quanti tipi ne esistono? Un soggetto può percepire più pensioni di invalidità cumulandole tra loro? Se non si onorano i debiti, possono essere pignorate?


La nostra Costituzione, all’art. 38 co. 1, dispone espressamente che ogni cittadino inabile e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale, imponendo quindi allo Stato di predisporre quelle misure idonee a garantire un dignitoso tenore di vita anche a chi è titolare di un reddito inferiore ad una determinata soglia ed è impossibilitato a procurarsi altre entrate economiche. 
  Il principio consacrato nella nostra Costituzione trova riconoscimento anche in ambito europeo, atteso che l’art. 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea si occupa proprio di riconoscere un’adeguata sicurezza e assistenza sociale a chiunque risieda o si sposti legalmente all’interno dello spazio comunitario. 

  La  Corte  Costituzionale  ha  più volte ribadito [1] che  le  provvidenze  economiche  spettano  anche  ai cittadini  extra-comunitari  che  per  motivi  di  reddito  non hanno  diritto  al  permesso  di  soggiorno  CE  per soggiornanti di lungo periodo, alla sola condizione che siano titolari del requisito del permesso di soggiorno di almeno un anno[2]. 

  Nel nostro ordinamento, il principale ente incaricato di dare concretezza all’obiettivo dell’assistenza sociale è l’INPS, il quale eroga tutta una serie di provvidenze economiche sotto forma di assegni sociali, pensioni e indennità, a favore delle seguenti categorie di cittadini svantaggiati: 
  a)      Gli invalidi civili e mutilati; 
  b)      I ciechi (totali o parziali);
  c)      I sordi; 
  d)      lavoratori affetti da talassemia major e drepanocitosi. 

  Accanto all’INPS, troviamo L’INAIL che le eroga agli invalidi del lavoro e cioè coloro che abbiano subito un infortunio sul lavoro o contratto una malattia professionale, mentre i vari istituti previdenziali (tra i quali lo stesso INPS, l’INPDAP, nonché le Casse professionali di categoria) le erogano ai lavoratori loro iscritti che per motivi di salute (non dovuti al proprio lavoro) siano diventati parzialmente o totalmente inabili al lavoro


  a) I mutilati e gli invalidi civili 


  La definizione è demandata all’art. 2 della l. n. 118/1971, secondo cui gli invalidi e i mutilati sono coloro che risultano affetti da minorazioni congenite o acquisite, anche a carattere progressivo, compresi gli irregolari psichici per oligofrenie di carattere organico o dismetabolico, insufficienze mentali derivanti da difetti sensoriali e funzionali che abbiano subito una riduzione permanente della capacità lavorativa non inferiore a un terzo o, se minori di anni 18, che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età. 

  Ai soli fini dell’assistenza socio-sanitaria e della concessione dell’indennità di accompagnamento, si considerano mutilati ed invalidi i soggetti ultrasessantacinquenni che abbiano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della loro età. 

A tali soggetti, la legge riconosce per l’anno 2016 l’erogazione di:
  • assegno mensile di assistenza: agli invalidi civili almeno al 74% di età tra i 18 e i 65 anni, che non esercitano alcuna attività lavorativa e che hanno reddito inferiore a 4.800,38 euro.
  • pensione di inabilità: agli invalidi civili al 100% di età tra i 18 e i 65 anni, che sono impossibilitati a svolgere qualsivoglia attività lavorativa e che hanno un reddito inferiore a 16.532,10.
  • indennità di accompagnamento: agli invalidi civili al 100% con incapacità di deambulare o che necessitino di assistenza continua e che non siano ricoverati gratuitamente in istituto.
  • indennità mensile di frequenza: ai minori di 18 anni con difficoltà persistenti a svolgere le funzioni proprie dell’età e che percepiscono un reddito personale inferiore a 4.800,38 euro. 
  • assegno sociale: agli invalidi civili titolari di pensione di inabilità o di assegno mensile, ma solamente dopo il compimento di 65 anni e 7 mesi di età. In altri termini l’assegno mensile di assistenza e la pensione di invalidità, al compimento dei 65 anni si trasforma in assegno sociale. 
Sono esclusi da tali provvidenze gli invalidi per cause di guerra, di lavoro, di servizio, nonché i ciechi e i sordomuti che sono tutelati da altre leggi e percepiscono altre provvidenze. 


  b) I ciechi totali e parziali 


  Quella dei ciechi civili è senz’altro tra le prime categorie ad essere tutelata dalle leggi italiane, atteso che la prima forma di assistenza sociale risale proprio all’entrata in vigore della costituzione del 1948. Successivamente furono emanate diverse leggi fino ad arrivare alla l. n. 382 del 1970, in buona parte a tutt’oggi in vigore, e in ultimo alla l. n. 138/2001 che dà una definizione di cecità parziale e totale adeguata ai parametri scientifici più recenti. 

Secondo l’attuale normativa, i ciechi civili si distinguono in:

  • Ciechi totali che, ai sensi dell’art. 2 della L. 138/2001, sono coloro che sono colpiti da totale mancanza della vista in entrambi gli occhi;  coloro che hanno la mera percezione dell’ombra e della luce o del moto della mano in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore; coloro il cui residuo perimetrico binoculare è inferiore al 3 per cento. A tali soggetti l’INPS eroga la pensione di inabilità e l’indennità di accompagnamento.    
  • Ciechi parziali che, ai sensi dell’art. 3 della L. n. 138/2001, sono  coloro che hanno un residuo visivo non superiore a 1/20 in entrambi gli occhi o nell’occhio migliore, anche con eventuale correzione; coloro il cui residuo perimetrico binoculare è inferiore al 10 per cento. A tali soggetti, invece, l’INPS eroga la pensione  e l’indennità speciale

c) I sordi  


La definizione di sordomutismo si trova nell’art. 1 della legge n. 381 del 1970 secondo il quale rientra in tale categoria il minorato sensoriale dell’udito affetto da sordità congenita o acquisita durante l’età evolutiva ( fino al compimento di 12 anni ) che gli abbia impedito il normale apprendimento del linguaggio parlato, purché la sordità non sia di natura esclusivamente psichica o dipendente da causa di guerra, di lavoro o di servizio. 
Se la sordità parziale o totale ed i disturbi della parola fino al mutismo sono sopravvenute per cause diverse dalla sordità perlinguale, esse sono patologie che vengono valutate ai fini del calcolo dell’invalidità civile, sempre che dipendano da cause diverse dalla guerra, lavoro o servizio. 

  Si considera causa impeditiva del normale apprendimento del linguaggio parlato l’ipoacusia pari o superiore a 75 decibel di HTL di media tra le frequenze 500, 1000, 2000 Hz nell’orecchio migliore,  che renda o abbia reso difficoltoso tale normale apprendimento.

  A favore di tali cittadini l’INPS eroga la pensione e la c.d. indennità di comunicazione

 Va evidenziato che con la Legge n. 107 del 2010 è stato previsto il riconoscimento della sordocecità come disabilità specifica unica: a tal riguardo, infatti, si è espressamente disposto che "Ai soggetti sordociechi vengono erogate in forma unificata le specifiche provvidenze economiche spettanti per sordità civile e cecità civile" 


  d) Lavoratori affetti da talassemia major e drepanocitosi. 


  Per avere diritto alla provvidenza economica dell’indennità annuale, occorre essere lavoratori (dipendenti o autonomi) e liberi professionisti affetti da tali patologie, ai quali, in seguito all’emanazione della legge 350 del 2003 con l’articolo 3, comma 131, vanno equiparati i «portatori di talassodrepanocitosi e talassemia intermedia in trattamento trasfusionale o con idrossiurea.»   


  E’ possibile il cumulo delle pensioni di invalidità?


In passato si riteneva che laddove il soggetto fosse affetto da più menomazioni, avesse diritto solo ad un’indennità, così escludendo la possibilità di cumulare le diverse provvidenze economiche. 

  Tuttavia, a far data dal 1° marzo 1991, è stata ammessa la cumulabilità delle indennità connesse alle singole minorazioni ove le stesse, autonomamente considerate, integrino i presupposti per la concessione delle diverse indennità (v. art. 2 della Legge n. 429 del 1991). Pertanto, a tutt’oggi, una stessa persona può beneficiare di più provvidenze economiche, sempre che sussistano i requisiti previsti dalle norme relative alle singole provvidenze (ad es., i requisiti sanitari, ovvero l’assenza di ricovero gratuito la quale esclude l’indennità di accompagnamento per gli invalidi civili, etc.). 

  Tuttavia, se la possibilità di cumulo è pacifica nel caso in cui le diverse provvidenze economiche scaturiscano da altrettanti riconoscimenti di invalidità, ciascuno in base a malattie o minorazioni diverse, appare ben più complessa l’ipotesi in cui l’invalido soffra di patologie e minorazioni che, singolarmente prese, possano essere valutate al fine dei diversi riconoscimenti di invalidità: ad esempio la cecità, sia ai fini delle provvidenze economiche previste per i ciechi civili e sia della indennità di accompagnamento prevista per gli invalidi civili.

 Già prima della novella del 1991, la Corte Costituzionale, con la nota sent. n. 346/1989, ha avuto modo di precisare come a tal riguardo non fosse individuabile un generico divieto di cumulo. I giudici delle leggi hanno dichiarato costituzionalmente illegittimo - per contrasto con l’art. 3 Cost. - il combinato disposto degli art. 1, 1 comma della legge 18/1980, e 2, 4 comma, legge 118/1971, nella parte in cui escludono che ad integrare lo stato di totale inabilità con diritto all’indennità di accompagnamento possa concorrere, con altre minorazioni, la cecità parziale. La consulta, infatti, ha precisato che l’indennità di accompagnamento, in quanto diretta a consentire alle persone non autosufficienti condizioni esistenziali compatibili con la dignità della persona umana (art. 2 e 38, comma primo, Cost.), costituisce una provvidenza specifica, funzionalmente diversa ed " aggiuntiva" rispetto alle prestazioni assistenziali connesse alle invalidità o alla inabilità al lavoro, cosicchè non può essere negata per il fatto che, a determinare lo stato di invalidità civile, concorrano menomazioni (come per l’appunto la cecità parziale) che danno diritto ad autonome prestazioni: cosi facendo si andrebbe a ledere inesorabilmente il principio eguaglianza in quanto si concederebbe o meno una prestazione assistenziale a soggetti che ne siano parimenti bisognevoli, a seconda che fruiscano o meno di provvidenze preordinate ad altri fini. 

   In conclusione, il principio espresso dalla Corte Costituzionale è quello secondo cui non è necessario che, ai fini del cumulo delle provvidenze economiche, ad ogni status di invalidità corrisponda giocoforza una distinta causa invalidante. E’ pertanto possibile, per es., che a un cieco assoluto (che riceva già la provvidenze per la sua condizione di minorazione visiva) possa essere riconosciuta l’invalidità civile al 100%, e le relative provvidenze, utilizzando come criterio per la valutazione dell’invalidità anche la menomazione della capacità visiva: tuttavia, tale minorazione non può essere di per sè sufficiente, in quanto occorre che si aggiunga l’ulteriore condizione di legge circa l’inidoneità del soggetto a compiere, in forma autonoma, gli atti quotidiani della vita.   


Le provvidenze economiche assistenziali sono pignorabili? 

 Sul punto occorre muoversi con ordine, cercando di distinguere le varie provvidenze in base alla ratio e al fondamento delle stesse, atteso che vi sono indennità assolutamente impignorabili e altre che, invece, sono da considerarsi pignorabili entro certi limiti. 

  La possibilità di consentire il pignoramento di alcune indennità, anche se per la quota eccedente determinati limiti, nasce dall’esigenza di bilanciare due principi costituzionali:
  • da un lato vi è il diritto degli svantaggiati a godere del mantenimento dell’assistenza sociale e di usufruire di mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, vecchiaia, malattia e disoccupazione: tutto ciò, in modo che possano condurre un’esistenza dignitosa (v. art. 38 Cost.);
  • dall’altro vi è la necessità di tutelare le ragioni dei creditori e di garantire, in modo indiretto, il pieno soddisfacimento del diritto alla proprietà privata dei beni nella sua necessaria coordinazione con le finalità sociali (v. art. 42 Cost.). A tal riguardo entrano in gioco le norme civilistiche di cui all’art. 2740 c.c. (regime di responsabilità patrimoniale) e l’art. 545 del c.p.c (che stabilisce i limiti entro i quali devono essere circoscritti la sequestrabilità e la pignorabilità dei beni con cui soddisfare i diritti di credito).  
  Si è dibattuto a lungo se le pensioni, soprattutto quelle di invalidità, fossero assoggettabili ad esecuzione forzata, o se dovessero essere considerate una sorta di "zona franca" per i creditori, atteso il loro carattere assistenziale o previdenziale.

 Già in epoca fascista si era posto il problema, risolto grazie all’art. 128 del R.D. n. 1827/1935 il quale disponeva che "Le pensioni, gli assegni e le indennità, spettanti in forza del presente decreto, non sono cedibili, né sequestrabili, né pignorabili, eccezione fatta per le pensioni, che possono essere pignorate soltanto nell’interesse di stabilimenti pubblici ospitalieri o di ricoveri per il pagamento delle diarie relative, e non oltre l’importo di queste".  

  In proseguo di tempo, e in un nuovo contesto costituzionale, intervenne la L. n. 153/1969 precisando che le pensioni, gli assegni e le indennità possono essere ceduti, sequestrati e pignorati nei limiti di un quinto del loro ammontare, per debiti verso l’INPS derivanti da indebite prestazioni percepite a carico di forme di previdenza gestite dall’Istituto stesso, oppure da omissioni contributive, (escluse in questo caso, le somme dovute per interessi e sanzioni amministrative).  

  Negli anni successivi, la Corte Costituzionale ha ulteriormente ridotto il margine di impignorabilità delle pensioni previdenziali e assistenziali, dapprima con la Sentenza n. 1041 del 1988, con cui ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che escludono la pignorabilità per crediti alimentari delle pensioni corrisposte dall’INPS, e poi con le due Sentenze, n. 468/2002 e n. 506/2002,  le quali hanno ulteriormente esteso le possibilità di pignoramento delle prestazioni pensionistiche INPS.

  Se con la prima di tali ultime sentenze si è affermata la pignorabilità delle pensioni per crediti tributari, con la seconda si è riconosciuto un margine di impignorabilità generale dei trattamenti pensionistici: in altri termini, la Corte ha affermato il principio secondo cui ad ogni cittadino devono essere riconosciuti i mezzi adeguati per vivere una esistenza dignitosa, con la conseguenza che se il reddito - anche se derivante da pensione - non supera determinati limiti la possibilità di pignoramento deve essere esclusa.

 Ciò che colpisce è che la Consulta ha ritenuto legittima la scelta del legislatore di consideri impignorabili le pensioni di modesto importo, citando l’esempio delle pensioni per causa di invalidità, ma non ha avuto l’accortezza di affermare che la causa di impignorabilità risiede proprio nella funzione assistenziale di tali provvidenze economiche.

 Vi è, infatti, una profonda e tradizionale differenza tra:  
  • i trattamenti di natura previdenziale: ossia erogazioni riservate alle classi lavoratrici al fine di riparare le conseguenze dannose derivate da alcuni eventi previsti ed individuati dal legislatore, quali infortuni, malattie, vecchiaia, disoccupazione involontaria con le indennità di cassa integrazione e mobilità; essi vengono elargiti dagli Enti Previdenziali e sono finanziati mediante i contributi dei lavoratori; normalmente il diritto alla prestazione spetta a chi abbia accumulato un numero minimo di anni di versamenti contributivi. Il fondamento costituzionale della previdenza sociale risiede nell’art. 38 co. 2 della Cost.
  • i trattamenti di natura assistenziale: ossia prestazioni indirizzate al sostegno di ogni persona che si trovi in uno stato di bisogno; essi vengono erogati direttamente dagli organi di pubblica amministrazione ed attinge i propri mezzi dal finanziamento pubblico con le imposte (ricorso alla fiscalità generale), in ciò differenziandosi da tutte le altre istituzioni private di assistenza e di beneficenza, con le quali condivide lo spirito di solidarietà umana, e dalla previdenza sociale, alimentata in linea di principio dai contributi dei lavoratori. Il fondamento costituzionale delle provvidenze assistenziali risiede nell’art. 38 co. 1 della Cost.
    E’ evidente quindi la differente natura tra previdenza e assistenza, atteso che quest’ultima rappresenta niente meno che la monetizzazione dell’assistenza che lo Stato avrebbe dovuto assolvere in forma specifica a quei soggetti che necessitano di cure e mezzi resi necessari dal loro stato di bisogno, nell’ottica anche di valorizzare i principi costituzionali della famiglia come strumento di attuazione di interessi generali in un’ottica di solidaristica (art. 2 Cost.). Per tali motivi le provvidenze di natura assistenziale devono essere considerate assolutamente impignorabili.

   Detto ciò, si tratta dunque di individuare quali prestazioni hanno carattere previdenziale e quali assistenziale, di modo ché se ne possa definitivamente stabilire la loro assoggettabilità a pignoramento.

  Nel nostro sistema hanno carattere assistenziale e, quindi, non devono ritenersi pignorabili:  
  • l’indennità di accompagnamento per gli invalidi civili totali;
  • la pensione di inabilità per gli invalidi civili totali;
  • l’indennità di accompagnamento per gli invalidi civili totali;
  • l’assegno mensile di assistenza per gli invalidi civili parziali;
  • la pensione di inabilità per i ciechi assoluti e la pensione per i ciechi parziali;
  • l’indennità di accompagnamento per i ciechi assoluti e indennità speciale per i ciechi parziali;
  • l’indennità di comunicazione per i sordi;
  • la pensione a favore dei sordi;
  • l’indennità di frequenza per i minori di diciotto anni;
  • l’assegno sociale;
  • l’assegno al nucleo familiare (ANF) e gli altri trattamenti di famiglia (assegni familiari e maggiorazione delle pensioni dei lavoratori autonomi, ossia quelle corrisposte agli artigiani, agli esercenti attività commerciali ed ai coltivatori diretti, coloni e mezzadri.
  Tutti questi interventi di protezione sociale vengono erogati a prescindere dai contributi versati dal lavoratore, essendo sufficiente che questi versi un reale ed effettivo stato di bisogno e di svantaggio.

   Di ciò si può trovare conferma nella circolare INPS n. 31 del 2 marzo 2006, che consente il pignoramento di tali indennità unicamente per recuperare somme e crediti derivanti da pregressa indebita erogazione della prestazione. In altri termini, la pignorabilità di tali somme è ammessa a vantaggio dell’Ente erogatore (INPS ad es.) laddove in precedenza abbia corrisposto indebitamente la provvidenza stessa. 

 Resterebbero quindi pignorabili solo ed esclusivamente quelle provvidenze economiche aventi natura strettamente previdenziale, ossia quelle erogate ai lavoratori e a copertura dei rischi invalidità (si pensi all’assegno per l’assistenza personale e continuativa), vecchiaia, superstiti, disoccupazione, infortuni (professionali), malattia ed a tutela della maternità, rimanendo invece escluse le prestazioni economiche aventi natura assistenziale come quelle elencate in precedenza. 

  Un impostazione analoga a quella de quo si può rinvenire in una recente sentenza[3], che accoglie la tesi della impignorabilità delle indennità a carattere assistenziale, poichè sarebbero volte a reintegrare essenziali espressioni di vita menomate della malattia, considerando pignorabili solo quelle a carattere previdenziale. 

 Tuttavia, va ricordato che la pignorabilità delle erogazioni di carattere previdenziale incontra dei limiti ben precisi, e cioè: 
  • non possono essere pignorate per un ammontare corrispondente alla misura massima mensile dell’assegno sociale (448,52 euro) aumentato della metà (224,26 euro): è il c.d. "minimo vitale" richiamato anche dalla Corte Costituzionale che, nel 2016, è pari a 672,78 euro mensili; 
  • per la quota eccedente il minimo vitale, è possibile il pignoramento non superiore a un quinto: cosi ad es. se il soggetto percepisce 1000 euro, potrà subire un pignoramento solo della somma eccedente i 672,78 €, cioè 327,22 €, e comunque nella misura di un quinto ovvero pari a euro 65,44 mensili. 

   Avv. Enrico Abis. 


[1] Corte Cost. n. 306/2008 e n. 40/2013 (indennità di accompagnamento); Corte Cost. n. n. 306/2008 e n. 40/2013 (pensione di invalidità totale); Corte Cost. n. 187/2010 (pensione di invalidità parziale); Corte Cost. n. 329/2011 (indennità di frequenza).
[2] In merito si veda la Circolare applicativa INPS n. 13983 del 4 settembre 2013.
[3] Si veda, tra le ultime, Trib. Padova, ord. del 14.01.2016.


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